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Ambiente
Politiche climatiche: non ci sono pasti gratis
Data articolo:Thu, 03 Apr 2025 09:34:21 +0000 di Francesco Ramella

L’indicazione che Corrado Clini fornisce in merito alle politiche climatiche europee è condivisibile: occorre cambiare verso perché, invertendo l’ordine delle priorità, il risultato cambia. Abbiamo voluto fare i primi della classe nella gara per la decarbonizzazione ma con risultati pressoché impercettibili sul clima e con evidenti impatti negativi sulla nostra economia.

L’approccio adottato, non diverso da quello per la qualità dell’aria, è incardinato su una aprioristica definizione di un obiettivo – il net zero al 2050 – da raggiungere whatever it takes e da cui discende una panoplia di standard, divieti e incentivi. Un approccio che non prevede un’analisi di costi e benefici: in base a una valutazione dell’economista ambientale Richard Tol, i primi sono dieci volte superiori ai secondi.

La linea d’azione perseguita dalla Unione europea è peraltro coerente con la narrazione prevalente del problema del cambiamento climatico di qua dell’Atlantico che potremmo sintetizzare come: après 1,5 °C le déluge! Un racconto che, però, non ha fondamento scientifico e che si dovrebbe classificare come “negazionista” al pari di quello di chi contesta che vi sia un impatto antropico sul clima.

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Blog
Chi fa resistenza a Trump nell’establishment militare
Data articolo:Thu, 03 Apr 2025 06:11:41 +0000 di Lodovico Festa

Su Atlantico quotidiano Mattia Magrassi scrive: «Un errore grossolano. Ma non certo un nuovo caso Watergate. Aggiunto molto probabilmente per sbaglio da Waltz, Goldberg ha avuto accesso temporaneo a una conversazione riservata riguardante un’operazione militare contro gli Houthi in Yemen. Una missione che, va detto, si è conclusa con successo: gli obiettivi sono stati colpiti, la leadership Houthi è stata ridimensionata, e un messaggio forte e chiaro è stato inviato all’Iran. Nessuna vera e propria “fuga di notizie”, nessun vero e proprio “piano di guerra” compromesso. La sinistra mediatica ha colto la palla al balzo per cercare di costruire uno “scandalo” che – al netto dell’inevitabile imbarazzo per l’amministrazione Trump – si è rivelato essere poco più che una tempesta in un bicchier d’acqua».
Come pensa un giornalista, mio vecchio e caro amico, anch’io ritengo improbabile che l’incidente “Signal-Atlantic” non derivi dalla resistenza dell’establishment militare a certe scelte trump...

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Economia
Per rispondere ai dazi di Trump «non bisogna chiudere l’Europa ma aprirla di più»
Data articolo:Thu, 03 Apr 2025 02:55:00 +0000 di Emanuele Boffi

Il “giorno della liberazione” è arrivato e il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha annunciato dazi reciproci e immediati su tutte le merci importate dall’estero. Contro l’Unione Europea le tariffe saranno del 20 per cento, contro la Cina del 34, contro il Regno Unito del 10, contro il Giappone del 24. Il presidente ha annunciato dazi al 25 per cento sull’import di auto straniere, in vigore da oggi, e ha invitato le aziende straniere a portare i loro impianti negli Stati Uniti: «Se volete zero dazi, fate i prodotti qui in America».
Per comprendere meglio cosa questo significhi per l’Europa, Tempi ha parlato con l’economista Guido Lorenzoni, professore alla University of Chicago Booth School of Business, che, al pari di altri esperti, predica calma e sangue freddo. Soprattutto, spiega: «Di fronte a una politica commerciale di chiusura, la risposta corretta non è una chiusura uguale e contraria, ma un’apertura maggiore. L’Europa dovrebbe cercare di diventare il punto di riferiment...

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Salute e bioetica
Il vero scandalo non sono “pochi aborti” ma vietare per decreto l’obiezione di coscienza
Data articolo:Thu, 03 Apr 2025 02:50:00 +0000 di Caterina Giojelli

Nei giorni scorsi si è molto parlato dell'arrivo a Torino di un'installazione inquietante: un ambulatorio ginecologico con tanto di lettino, sul quale i passanti potevano sdraiarsi ad ascoltare «le voci di donne che hanno subito abusi e violenze psicologiche durante il loro percorso di accesso all’aborto».
Promossa da Medici del mondo, la campagna “The Unheard Voice” ha fatto tappa accanto alla sede universitaria di Palazzo Nuovo lo scorso 27 marzo, con il sostegno di associazioni pro-choice come Rete +194 Voci o Non Una di Meno Torino, essenzialmente per tre motivi.
O l'aborto o l'aborto. La solita inquisizione a Torino
Uno, oggi il Piemonte è diventato «simbolo di un contrasto politico»: da regione pioniera nell’introduzione dell’aborto farmacologico a regione in cui la somministrazione della Ru486 nei consultori è vietata. Secondo, nell'ospedale Sant'Anna, "leader per numero di Ivg", «i volontari del Movimento per la Vita (MpV) gestiscono la “Stanza dell’Ascolto”, uno sportello pe...

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News
«Oltre al terremoto, le bombe. In Myanmar abbiamo bisogno di pace»
Data articolo:Thu, 03 Apr 2025 02:45:00 +0000 di Thiri

Sono 3.085 le vittime accertate del violento terremoto di magnitudo 7.7 della Scala Richter che ha colpito il Myanmar venerdì 28 marzo. A queste vanno aggiunti 4.719 feriti e circa 350 dispersi. Ma il bilancio potrebbe essere molto più catastrofico, soprattutto perché il regime, invece di impegnarsi a soccorrere la gente, continua a bombardare le zone controllate dai ribelli dopo quattro anni di guerra civile. Il paese è chiuso ai giornalisti stranieri e le linee telefoniche funzionano a singhiozzo, ecco perché non è semplice capire quale sia davvero la situazione. Di seguito, pubblichiamo una testimonianza raccolta da Tempi.

* * *

Mi chiamo Thiri, ho 28 anni e lavoro come volontario per la diocesi di Loikaw, Stato di Kayah, nella parte orientale del Myanmar. Nel 2021 sono stato costretto a scappare dalla mia città natale [a causa della guerra] e ancora non posso tornare. Ora vivo in una foresta abbastanza lontano dall’epicentro del terremoto [circa 600 chilometri, ndr].

«Anche la chiesa è crollata»

Non mi sarei mai aspettato di vivere qualcosa di simile a quello che è accaduto venerdì: l’ufficio della diocesi, costruito con tronchi e canne di bambù, ha iniziato a tremare. Oscillava tutto e mi sono precipitato fuori.

Poco dopo ho visto che un’antica chiesa della diocesi è crollata e tutte le statue sono andate distrutte. È stato un terremoto fortissimo, non avevo mai sperimentato niente del genere in vita mia, ed è durato tanto: circa cinque minuti. E poi si sono succedute altre scosse, anche se più lievi.

Controllando su Facebook, ho visto le case e i palazzi sbriciolati in altre parti del paese, mi sono reso conto che tantissima gente è morta. È impressionante che il terremoto si sia percepito così forte a una distanza così grande dall’epicentro.

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«Oltre al terremoto, la guerra»

I problemi purtroppo non arrivano mai da soli! Prima c’è stato il Covid, poi la guerra civile che ci ha costretti a lasciare le nostre case. Ancora adesso siamo costantemente spaventati dagli aerei che ci bombardano senza sosta. Dobbiamo sempre restare in allerta, è da quattro anni che non dormo pacificamente per una notte intera.

Oltre alla guerra, ci sono state le alluvioni e ora questo terremoto. I disastri si succedono uno dietro l’altro e non sembrano avere fine. Mi domando che cosa ancora ci debba capitare e se morirò nella prossima catastrofe. Il mio cuore è pieno di angoscia, è un’agonia, non sono mai in pace.

La distruzione nel villaggio di Bone O, a Mandalay, in Myanmar
La distruzione nel villaggio di Bone O, a Mandalay (foto Myanmar Now)

«Al Myanmar serve la pace»

Se c’è qualcosa che vorrei in questo momento è la pace, perché da troppo tempo sono lontano da casa. Rivedere la mia famiglia è l’unica cosa che desidero. La pace è la cosa più importante di cui abbiamo bisogno, perché se c’è la pace possiamo ricostruire lentamente le nostre città, le nostre case, il nostro paese. Ma senza pace, anche se ricostruiamo tutto com’era prima, verrà distrutto di nuovo dagli scontri e sarà come aver versato acqua sulla sabbia.

Sono distrutto, sia dal punto di vista fisico che mentale, vorrei mollare tutto perché continuare a vivere è diventato troppo difficile.

Vorrei aiutare le vittime del terremoto, ma essendo sfollato non so come fare. Mantengo la speranza di vedere presto la pace e di trovare un piccolo riparo per la mia famiglia, per poi riuscire a dedicarmi anche a soccorrere il prossimo.

AGGIORNAMENTO ORE 9:46: Il dato sulle vittime, i feriti e i dispersi è stato modificato.

Esteri
Così Israele mira al controllo della Striscia. Anche contando su faide e rivolte anti Hamas
Data articolo:Thu, 03 Apr 2025 02:30:00 +0000 di Giancarlo Giojelli

L’incubo delle famiglie degli ostaggi detenuti nei tunnel di Hamas si sta concretizzando nel peggiore dei modi: bombardamenti a tappeto sulla Striscia, mentre una divisione dell’esercito israeliano si dirige verso il Sud di Gaza.

«Le nostre truppe si stanno muovendo per rimuovere gli ostacoli alla sicurezza e ripulire la zona da terroristi e infrastrutture e catturare un vasto territorio che sarà aggiunto alle aree di sicurezza della Stato di Israele», sono le parole del ministro della Difesa Israel Katz. Traduzione: “aggiungere un vasto territorio alle aree di sicurezza dello Stato” significa che un’ampia porzione della Striscia dovrà restare sotto il controllo dell’Idf. Se non è un’annessione poco ci manca ed è, in sostanza, il progetto di ritornare alla situazione del 2005, quando i militari dello Stato ebraico si ritirarono da Gaza e gli insediamenti furono smantellati.

Ora quel ritiro è valutato come un grave errore che ha portato alla guerra e al disastro del 7 ottobre. Al tempo fu considerato un gesto che avrebbe alleggerito la tensione e permesso la formazione di una nuova Gaza distinta dall’Amministrazione palestinese di Ramallah, ricca degli aiuti internazionali e dei paesi arabi. È avvenuto il contrario.

La rabbia delle famiglie degli ostaggi

Ora, dopo due mesi di tregua che non hanno portato al risultato sperato (un accordo per la liberazione degli ostaggi e una nuova amministrazione di Gaza senza i terroristi di Hamas), pare che il premier israeliano Benjamin Netanyahu abbia scelto la strada della guerra finale («della vittoria», dice lui) e i suoi ministri ultrasionisti, Itamar Ben-Gvir e Bezalel Smotrich, hanno già annunciato la costruzione di nuovi insediamenti nella Striscia “liberata”. Ma Hamas è ancora forte e si prepara a una nuova guerra di resistenza nei tunnel che, in buona parte, sono stati ricostruiti, presidiati dai guerriglieri scarcerati nei mesi della tregua e confluiti a Gaza.

Protesta a Gerusalemme contro il premier Benjamin Netanyahu e per la liberazione degli ostaggi israeliani ancora nelle mani di Hamas, 31 marzo 2025 (foto Ansa)
Protesta a Gerusalemme contro il premier Benjamin Netanyahu e per la liberazione degli ostaggi israeliani ancora nelle mani di Hamas, 31 marzo 2025 (foto Ansa)

L’arma più potente nelle mani di Hamas restano gli ostaggi. «Siamo abbandonati», afferma il Forum delle famiglie, «siamo andati in piazza per chiedere che non si fermassero le trattative e che continuasse la tregua. È stato deciso di sacrificare gli ostaggi per l’obiettivo di guadagnare terreno». E ancora: «Invece di garantire il rilascio degli ostaggi attraverso un accordo e porre fine alla guerra, il governo israeliano sta inviando più soldati per combattere nelle stesse zone». Il padre di un ostaggio, Alon Öhel, che si ritiene sia stato ferito durante la prigionia, mette in guardia contro le conseguenze dell’offensiva: «Ogni giorno mi sveglio dopo una notte di incubi ed è un altro giorno di paura per il destino di Alon. Il combattimento non ha riportato gli ostaggi a casa, centinaia di soldati sono morti senza riuscire a liberarli: solo un accordo può riportare mio figlio a casa». Ma Netanyahu è fermo sulla sua posizione: «La tregua non la vuole Hamas, boicotta ogni accordo. L’unica speranza per rivedere, vivo o morto, qualcuno degli ostaggi è la sconfitta definitiva di Hamas».

I fronti interni di Netanyahu e di Hamas

Il premier israeliano guarda ai fronti che si stanno riaprendo. Non solo Gaza: si combatte in Cisgiordania, nel campo di Jenin l’Idf è entrato in forze, i jet israeliani sono tornati a bombardare il Libano e persino Dahieh, la periferia meridionale di Beirut. Tutto come quattro mesi fa.

La fine del Ramadan coincide con la ripresa delle operazioni militari israeliane sul terreno, nonostante Netanyahu debba fare i conti anche con qualche problema interno e non da poco: due suoi collaboratori sono ora formalmente accusati (come anticipato da Tempi) di rapporti quantomeno opachi con il Qatar, grande fornitore di dollari ad Hamas. Lui, Netanyahu, dice di non saperne niente, ma l’opposizione – e buona parte dell’opinione pubblica – lo accusa di aver chiuso entrambi gli occhi nella convinzione che i leader di Hamas si sarebbero tenuti i soldi e non avrebbero rischiato il capitale in una nuova guerra.

Distribuzione di aiuti umanitari a Gaza, 1 aprile 2025 (foto Ansa)
Distribuzione di aiuti umanitari a Gaza, 1 aprile 2025 (foto Ansa)

Così non è stato. Il blocco parziale all’ingresso di Gaza dei beni di prima necessità è l’altra arma che Israele, seppure indirettamente, sta usando. Il cibo e i medicinali che entrano sono controllati da Hamas in combutta con i clan locali, ma la forzata carestia di alimenti e cure porta a una nuova guerra tutta interna alla popolazione palestinese: ora Hamas e i clan si contendono il controllo della scarna distribuzione.

Si sta scatenando una faida: un membro del clan Abu Samra è stato ucciso da un miliziano di Hamas mentre era in fila per ricevere una razione di farina nel villaggio di Deir al-Balah; il miliziano è stato ammazzato a sua volta poche ore dopo da un gruppo di familiari della vittima. A Gaza, riportano i messaggi sui social, ci sono decine di famiglie potenti che ora rifiutano i legami con Hamas e contano su centinaia di parenti per unirsi alla rivolta. Gruppi che hanno armi e munizioni che, uniti, potrebbero creare un nuovo fronte anti Hamas.

Muri e trincee, altro che riviera

I partecipanti alle manifestazioni spontanee a Gaza stanno cercando di organizzarsi. Hanno mostrato a favore di telecamere cartelli con scritto: «Stop Hamas», «stop the War», «we want peace, we want to live». Hamas aveva, dapprima, cercato di far passare le dimostrazioni come semplici proteste contro Israele, ma poi ha provato a ribaltare le accuse definendo i manifestanti dei «megafoni dell’entità sionista». Infatti uno dei leader delle manifestazioni è stato catturato, torturato e ucciso.

Da parte israeliana non si vuole farsi sfuggire l’occasione di dividere il campo del nemico. Il ministro della Difesa Katz ha invitato la popolazione «ad agire ora per rovesciare Hamas e restituire gli ostaggi». La “nuova Gaza” non sarà la riviera sognata da Donald Trump, ma un territorio cosparso di insediamenti che fungano da avamposti di controllo “per la sicurezza di Israele”, sempre più blindato da muri e trincee.

Blog
Le due anime di Carlo Calenda
Data articolo:Wed, 02 Apr 2025 06:52:14 +0000 di Lodovico Festa

Su Formiche Federico Di Bisceglie scrive: «“Con Italia viva ci sono rapporti cordiali, ma c’è una differenza sostanziale. Loro hanno abbracciato il campo largo di Giuseppe Conte ed Elly Schlein, noi no”. Matteo Richetti, capogruppo alla Camera di Azione e prima punta del movimento guidato da Carlo Calenda, scalda i motori (e gli animi) in vista del congresso di questo fine settimana. Appuntamento “che conferma quanto, ora in particolare, ci sia bisogno di un partito come Azione”, al quale anche la premier Giorgia Meloni ha deciso di partecipare».
L’azione (nonché l’Azione) di Calenda si muove tra due mondi: quello pariolino, tradizionalmente e anticamente influenzato da un Pci rappresentato da eccezionali figure intellettuali come quelle dei tanti registi, scrittori, pittori, attori attirati dalle straordinarie capacità seduttive delle Botteghe Oscure d’antan, e quello industriale, legato innanzi tutto all’area Fiat montezemoliana. I due mondi – in contrasto, nel caso del mondo parioli...

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Esteri
L’abnorme condanna di Le Pen rischia di «far saltare tutto»
Data articolo:Wed, 02 Apr 2025 02:55:00 +0000 di Rodolfo Casadei

Tre indizi fanno una prova, come si suol dire, e dopo la condanna di Marine Le Pen all’ineleggibilità per cinque anni (oltre a una pena di prigione di quattro anni e 100 mila euro di multa) per malversazione di fondi degli assistenti dei parlamentari europei non si può evitare di pensare che anche nei paesi dell’Unione Europea, come in tanta parte del mondo, esistano meccanismi che impediscono alle opposizioni di salire al potere attraverso regolari elezioni.

All’inizio di marzo la Corte costituzionale della Romania, che già aveva annullato il voto del novembre scorso per irregolarità nella dichiarazione delle sue spese elettorali, ha escluso dalla ripetizione del voto il favorito Calin Georgescu che aveva ripresentato la propria candidatura; nell’agosto dell’anno scorso la Commissione elettorale polacca ha sanzionato l’ex partito di governo PiS per uso improprio di fondi elettorali privandolo del finanziamento pubblico per almeno 10 milioni di euro, e ha confermato la sua decisione nel dicembre scorso anche dopo che una Corte di giustizia l’aveva annullata.

Ora il caso Le Pen: molti fanno notare che l’abnormità della sentenza non consiste tanto nella condanna per atti che, se dimostrati, cadono effettivamente sotto i fulmini della legge Sapin 2 (che principalmente combatte la corruzione, ma accessoriamente anche le malversazioni), ma nel fatto che sia stata applicata l’esecuzione immediata della pena di ineleggibilità, senza attendere il giudizio d’Appello, motivata dal pericolo di reiterazione del reato!

Le perplessità di Bayrou e Melenchon

Mentre socialisti, ecologisti e comunisti elogiano la sentenza e biasimano tutti coloro che esprimono perplessità (il Partito socialista in una dichiarazione ufficiale dice che «nessuno è al di sopra delle leggi, nemmeno coloro che aspirano alla più alta funzione dello Stato», e l’ecologista Marine Tondelier aggiunge: «La sua messa in discussione da parte di politici che aspirano alle più alte cariche dello Stato è gravissima e dice molto della poca importanza che costoro annettono allo Stato di diritto»), personalità di alto profilo e che militano su fronti opposti, come il primo ministro François Bayrou (che proviene da un partito coalizzato con quello di Emmanuel Macron) e il leader dell’opposizione radicale di sinistra Jean-Luc Mélenchon manifestano dubbi e preoccupazione.

Bayrou si è detto «turbato dalla pronuncia della sentenza», mentre Mélenchon, che già a metà del mese scorso si era pronunciato contro un’eventuale ineleggibilità immediata di Marine Le Pen, ha ribadito la sua posizione: «In uno Stato di diritto, tutti devono avere il diritto di fare ricorso. Se lo rifiutiamo a Marine Le Pen, allora questo diritto sarà rifiutato a tutti, e questo sarebbe un errore». Come gli altri critici della sentenza, Mélenchon si riferisce al fatto che il ricorso della Le Pen allo stato attuale non le permetterebbe, in base a una stima dei tempi della giustizia, di partecipare alle presidenziali del 2027.

Il primo ministro  Francois Bayrou col presidente francese Emmanuel Macron (foto Ansa)
Il primo ministro Francois Bayrou col presidente francese Emmanuel Macron (foto Ansa)

“Fatti personali”

Alcuni fanno notare che le posizioni di Bayrou e Mélenchon sono motivate da “fatti personali”: Bayrou è stato graziato a suo tempo dalla giustizia per accuse simili a quelle che ieri hanno portato alla condanna di 24 esponenti del Rassemblement National (Rn), compresa la leader nazionale, e il partito di Mélenchon è esposto a un’inchiesta che potrebbe fargli fare la stessa fine di Marine Le Pen.

Il 5 febbraio scorso Bayrou è stato assolto in prima istanza per «assenza di prove» in un processo (nato da un’inchiesta avviata nel 2017) che ha condannato cinque ex eurodeputati, il tesoriere e l’ex direttore finanziario del suo partito (MoDem) a pene detentive con la condizionale, mentre la formazione politica dovrà pagare una sanzione di 350 mila euro.

Nel frattempo, un documento dell’Ufficio europeo per la lotta antifrode (Olaf), risalente al 2021 e rivelato la settimana scorsa dal quotidiano Libération, denuncia “carenze” e “irregolarità” riguardanti l’attività di due assistenti parlamentari di Jean-Luc Mélenchon, allora deputato al Parlamento europeo, tra il 2013 e il 2017. L’organismo europeo stima il danno erariale in poco più di 500 mila euro. Il caso è ancora nelle mani del giudice istruttore in Francia e in questa fase dell’inchiesta nessuno ha ancora ricevuto avvisi di garanzia all’interno de La France Insoumise (Lfi).

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Un trampolino per il populismo

Erogata in nome dello Stato di diritto, la sentenza rischia in realtà di indebolire l’attaccamento allo Stato di diritto da parte di partiti e masse popolari.

Lo ha fatto notare su Le Figaro il costituzionalista Benjamin Morel:

«Non è certo che lo Stato di diritto sopravviva a questa decisione. La nostra democrazia si basa sull’accettazione delle decisioni dei tribunali, anche quando sono percepite come ingiuste. Oggi si rischiano azioni di disobbedienza e di messa in discussione, da parte di una larga fetta dello spettro elettorale e politico, dell’intero sistema giudiziario. L’elettorato popolare vota meno per il Rassemblement National che “per “Marine”. La rabbia potrebbe portarlo a opzioni più radicali, più “trumpiane”, che si baserebbero sull’idea che bisogna togliere di mezzo i giudici e l’intero sistema. Questa decisione apre la strada alla candidatura di un personaggio che brandirebbe l’idea che la legge serve solo come strumento per schiacciare il popolo, con l’intenzione di attuare un programma radicale volto a spazzare via il quadro legale e “far saltare tutto”».

Ancora più duro il commento di Vincent Tremolé de Villers, il direttore di Le Figaro (giornale orientato al centro e al centrodestra):

«Bisogna non aver capito nulla dello spirito dei tempi per credere che la neutralizzazione elettorale di Marine Le Pen arginerà la rivolta delle classi medie. I milioni di francesi che si sentono cittadini di seconda classe brandiscono già questa decisione come un’ulteriore prova della loro umiliazione. La vessazione delle élite, sia mediatica, culturale o giudiziaria, è il fertilizzante più efficace per far crescere l’insurrezione civica. La storia recente è piena di autoproclamati garanti dello Stato di diritto che credevano di costruire argini contro il populismo senza vedere che il loro baluardo era in realtà un trampolino di lancio dello stesso».

Melenchon esulta in Francia per l'ottimo risultato ottenuto alle elezioni legislative
Jean-Luc Melenchon, leader de La France Insoumise (foto Ansa)

Cosa può fare Marine Le Pen

Dal punto di vista delle risorse legali, l’unica possibilità che Marine Le Pen ha di tornare in gioco in tempi utili per la campagna presidenziale del 2027 consiste nel porre una Questione prioritaria di costituzionalità (Qpc) che arrivi al Consiglio Costituzionale, l’equivalente della Corte costituzionale italiana. Questa potrebbe decidere che la pena di ineleggibilità che ha l’ha colpita è incostituzionale.

I precedenti però non fanno ben sperare per lei. Il Consiglio costituzionale ha appena rigettato il ricorso, passato attraverso il Consiglio di stato, di un consigliere municipale dell’isola di Mayotte che era stato dichiarato decaduto dal prefetto dopo una sentenza di primo grado che lo ha condannato a quattro anni di ineleggibilità e alla decadenza dal suo mandato. Il ricorrente obiettava che il provvedimento violava i suoi diritti civili e la libertà degli elettori. Ma la Corte ha statuito che il giudice aveva diritto di erogare quel genere di sanzione «al fine di assicurare, in caso di ricorso, l’efficacia della pena e di prevenire la recidiva» (e questa è la stessa motivazione che i giudici hanno poi addotto per la sanzione contro la Le Pen), e perché «queste disposizioni contribuiscono a rafforzare l’esigenza della probità e dell’esemplarità degli eletti e la fiducia degli elettori nei loro rappresentanti». La decisione della Corte costituzionale ricorda poi che l’erogazione di tale sanzione non è automatica, ma spetta alla discrezione del giudice «in considerazione delle circostanze proprie a ciascun caso».

Occhio alle date

L’altra possibilità, extralegale, di vedere la leader del Rn in campo nel 2027 sta in una grazia presidenziale, ma la Le Pen ha già dichiarato che non la chiederà. Questa dunque potrebbe arrivare solo per autonoma decisione di Emmanuel Macron, che al momento non ha ancora rilasciato dichiarazioni sulla sentenza.

Secondo Liberation, invece, la tre volte candidata alle presidenziali dovrebbe ringraziare i giudici, perché «rischiava fino a dieci anni di prigione, un milione di ammenda e dieci anni di ineleggibilità. La requisitoria del procuratore avrebbe potuto spingersi più in là dei cinque anni di prigione e cinque di ineleggibilità». Va anche notato che l’inchiesta sui fondi stornati degli assistenti parlamentari è iniziata nel gennaio 2011, mentre la legge Sapin 2 con le sue sanzioni è entrata in vigore l’11 dicembre 2016. Marine Le Pen è finita sotto la sua mannaia perché l’inchiesta sarebbe stata chiusa il 31 dicembre 2016.

Esteri
Guerra, pace e dazi. Il mondo di Trump ruota tutto intorno al sovranismo Maga
Data articolo:Wed, 02 Apr 2025 02:50:00 +0000 di Mattia Ferraresi

Il programma di Donald Trump è affermare il suo ruolo di padrone del mondo attraverso la ricostruzione della nazione americana sulla base dei principi che l’hanno originata, e dalla quale il paese si è discostato per inseguire altri fantasmi, tipo il pensiero woke. Questo è il centro di gravità attorno a cui gira il mondo Maga.
Piani confusi per Ucraina e Medio Oriente
Trump ha piani confusi e spaventosi sulla politica estera. Sogna di annettere la Groenlandia e il Canada, oltre che riappropriarsi del Canale di Panama, per controllare l’emisfero occidentale e realizzare così una specie di riedizione della dottrina Monroe, spinta però dal vento protezionista che fomenta le guerre commerciali globali e si alimenta del desiderio di rinazionalizzare ciò che si era globalizzato. Allo stesso tempo fa da mediatore non neutrale nella trattativa fra la Russia di Vladimir Putin e l’Ucraina di Volodymyr Zelensky, dando al primo la dignità di interlocutore legittimo e pieno di pretese territoriali...

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Chiesa
Giovanni Paolo II, una vita in abbondanza
Data articolo:Wed, 02 Apr 2025 02:45:00 +0000 di Massimo Camisasca

Pubblichiamo l’omaggio a san Giovanni Paolo II pronunciato da monsignor Massimo Camisasca, vescovo emerito di Reggio Emilia-Guastalla, il 15 febbraio scorso nella chiesa di San Francesco a Varese in un evento organizzato nell’ambito del “Mese per la vita 2025”.
* * *
I due anniversari della pubblicazione dell’Evangelium vitae (1995) e della salita al cielo di Giovanni Paolo II (2005) ci portano a un unico tema, potremmo dire a un’unica esperienza, quella di Gesù: «Sono venuto perché abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza».
All’inizio dell’Evangelium vitae Giovanni Paolo II dice che la vita è il «cuore del messaggio di Gesù». È un testo che non sta sulla difensiva, al contrario è affermativo: vuole introdurre la Chiesa all’esperienza centrale che Gesù ha portato: ci ha donato la sua vita, ci ha tolti per sempre dalla paura della morte. Non dall’esperienza della morte, ma dalla paura che la morte sia la parola ultima. Con la resurrezione di Gesù, la morte, e le nostre morti quotidiane...

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